IL WELFARE CHE CAMBIA 

 

L’evoluzione dello stato sociale oggi ci consegna una società che consuma socialità molto più che produrne (Donati, 2000) poiché a venire meno sono quelle basi sociali che hanno costruito per generazioni il vero motore della tutela e del benessere sociale

centralità

(le famiglie numerose, le reti parentali coese, le relazioni solidali) rispetto alle quali le prestazioni di welfare istituzionale costituivano un sostegno e non un sostituto funzionale (Fazzi, 2001).

In questa crisi di sistema si inserisce una crisi congiunturale e di ri-posizionamento del nostro paese che deve ridefinire la propria competitività all’interno di un quadro globalizzato, questo ci consegna un sistema economico in affanno che decentra all’estero settori produttivi alla ricerca solo di manodopera meno costosa senza spesso una pianificazione responsabile, aumentando il vissuto di precarietà nel mercato del lavoro e riducendo tendenzialmente la disponibilità all’inclusione sociale di fasce deboli della popolazione che invece aumentano.

Questi mutamenti di scenario spingono la nostra organizzazione reticolare a ridefinirsi non focalizzandosi “semplicemente” sui principi di “efficienza prestazionale” che per dieci anni ci hanno preferito alla pubblica amministrazione, la sfida è più impegnativa, occorre riuscire a pensare i servizi sociali e sanitari che eroghiamo come porzione di processi di promozione e tutela della cura delle persone e dei territori più ampi, indirizzando il nostro impegno sia in politiche sociali che non si esauriscano all’interno dell’organizzazione, ma che sappiano ridisegnare una rete di supporto per le persone che non possono contare su sostegni informali; sia partecipando attivamente alle politiche del lavoro e con questo partecipando attivamente allo sviluppo dei territori e delle comunità locali.

 

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